Arrival la Recensione

Arrival

Arrival è stato una vera sorpresa in grado di dissetare la mia sete di fantascienza e deliziare la mia mente e la mia anima. Finalmente qualcosa di puramente concettuale e raffinato, lontano anni luce dal classico concetto d’incontri alieni cui siamo abituati. Durante la visione mi sono accorto, di alcune citazioni di alcuni capolavori come; Contact di Zemeckis e Incontri ravvicinati del terzo tipo di Spielberg.
La storia vede l’arrivo di 12 astronavi di forma vagamente ovale, atterrate in altrettanti luoghi sparsi sulla terra. Per capire le reali intenzioni dei visitatori, il governo degli Stati Uniti insieme a tutti i leader mondiali coinvolti, decide di arruolare i suoi migliori esperti e farli collaborare. A loro si uniranno il colonnello Weber con seguito due civili essenziali per la riuscita della missione. Considerati i massimi esperti nelle loro discipline; la professoressa Louise Banks, è linguista di fama mondiale e il miglior fisico teorico Ian Donnelly. A loro il compito di stabilire un primo contatto e provare a comunicare con gli eptapodi e chiarire le  intenzioni dei visitatori.
La trama di Arrival diretto da Denis Villaneuve, può trarre in inganno, facendolo passare per il classico filmetto di fantascienza da blockbuster. Appena però s’inizia a entrare nel vivo della narrazione, ci si rende conto che il film proposto è ben altra cosa. Qui non ci sono incrociatori da guerra, torrette blaster o alieni verdi, pronti a sbriciolare i piccoli ed insignificanti umani e conquistare il loro pianeta. Non vedremo plotoni di soldati andare al macello contro le railgun aliene. Quindi niente scene d’azione salvo per una o due molto blande che non influiscono sulla resa finale. Questa è una delle tante scelte presenti in Arrival, dimostrando un approccio molto più ricercato e serioso. Il vero contesto a cui fa riferimento il lungometraggio, è la comunicazione, come avviene e quali sono le sue insidie. Il problema messo subito in evidenza è la difficoltà terrestre di parlare e collaborare tra di “noi”, evidenziando i limiti umani e i relativi rischi di una interpretazione sbagliata. Gli ostacoli di una traduzione errata porterebbe il mondo sull’orlo di una guerra ben più grande di quella a cui è abituata combattere.
Mi ha davvero colpito inoltre la messa in scena, la tensione è realmente percepibile, le navi aliene si presentano minacciose e misteriose, come i suoi piloti, assolutamente diversi dalle classiche versioni che ci si possa aspettare. Anche i protagonisti sono ottimamente caratterizzati e splendidamente interpretati, risultando credibili è mai banali o sottotono. E’ interessante notare come la facciata principale sia quella della fantascienza.  Si presenta ben articolata e disseminata di situazioni intelligenti con una serie di ragionamenti seriosi e fuori dai preconcetti classici. La matematica ad esempio; è sempre stata la chiave per mettersi in contatto con forme di vita extraterrestri, nella maggior parte dei film del genere; perché considerata la lingua universale. Qui invece perde totalmente di valore, come perdono di significato le lingue terrestri etc. Mentre il secondo aspetto che mi ha convinto è il dramma, nascosto dietro la facciata fantascientifica. Il vero significato nascosto è rappresentato dal rapporto tra la protagonista, Louise Banks (Amy Adams), la convivenza con il dolore causato dalla morte di sua figlia.   Queste e altre scelte le ho trovate mature, nuove, in grado di rimescolare le carte in tavola e restituire vita a un genere oramai abusato.
Il lavoro del cast è stato straordinario, è riuscito a donare autenticità e attendibilità ai personaggi, secondo me tra tutti, spicca l’interpretazioni di Amy Adams. Ha trionfato su tutti, con il suo sguardo e la sua espressività, è stata capace di trasmettere gli stadi d’animo della protagonista. Jeremy Renner non è da meno, è pure lui è in forma. Restituisce credibilità nelle vesti di un fisico teorico molto più simpatico di quelli già visti ma più di ogni altra cosa, restituisce un personaggio credibile, fuori dai preconcetti classici.
Villeneuve ha svolto un lavoro straordinario nel dirigere questo capolavoro poetico e di difficile interpretazione, diverso e adulto.  Il nostro buon regista ha lavorato a stretto contatto con lo sceneggiatore Eric Heisserer, che dopo avere letto il racconto contenuto nell’antologia Stories of Your Life and Others di Ted Chiang; ha elaborato di proposito la sceneggiatura. La fotografia è stata affidata a Bradford Young, anche se per lui è stato il primo lavoro di fantascienza; devo ammettere che l’impegno è bellissimo e funzionale, rende viva quella che è l’atmosfera che si respira. Gli effetti speciali sono ridotti all’osso vista la natura del prodotto, perché il punto di forza di questo lungometraggio diretto da Villeneuve, è la storia e i vari concetti a essa legati. Un applauso va proprio al regista che pur mantenendo i piedi per terra riesce a creare un perfetto mix di tensione e innocenza, delicato e mai banale. 
Per finire reputo Arrival un capolavoro, rappresenta quindi un buonissimo biglietto da visita per il regista Denis Villeneuve, visto il gravoso compito che lo attende. Dirigere il sequel ufficiale del capolavoro di Ridley Scott: Blade Runner. Sono certo del fatto che non si tratti del classico film di fantascienza a cui siamo abituati. In Arrival la fantascienza è solo il pretesto, funge da mezzo per raccontare qualcosa di più grande e nobile. Sicuramente è un prodotto rivolto a un pubblico adulto, in cerca di qualcosa di poetico e raffinato ma allo stesso tempo intelligente e serio.  

Di Salvatore Farruggio

★★★★★

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